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yo-pienso

Gli interventi di questo blog vengono pubblicati sul sito diarioreggino.it

UN FLASH DALLA CAPITALE

Mercoledì 27 Maggio 2009 07:02

 

L’odore è caratteristico ma difficile da descrivere: un misto di umida terra erbosa e di  umbratili radicate muffe, si potrebbe dire. È l’odore dei paesini interni calabresi, isolati e freddi e umidi, che i loro abitanti una volta si portavano addosso misto al puzzo di cattiva legna arsa al camino. L’ho percepito in via “Gradoni dell’ospedale”, centralissima salita a scale che porta alle Poste, al palazzo della Provincia e alla Prefettura, ombelico della città di Catanzaro. Mai battuta dal sole, sul selciato laterale vi cresce abbondante muschio, e muffe varie sui delimitanti muri; i suoi sconnessi gradini mostrano gli indecorosi segni dei sommari rammendi succedutisi negli anni.

Arrivi così a uno slargo della principale strada cittadina, stretta e tortuosa e altimetricamente mossa, su cui convergono disordinatamente un gran numero di vicoli, proprio di lato al modesto e malmesso portone d’ingresso alla Prefettura, solo la presenza di un piccolo bar corredato di gazebo ti riesce a riconciliare con l’idea di città.

IN DIFESA DI BERLUSCONI

Domenica 24 Maggio 2009 16:33

 

 

“Signore e Signori della Giuria, quasi tutti i delinquenti sessuali che agognano rapporti fisici pulsanti, languido-gementi, ma non necessariamente di coito, con una ragazzina, sono individui diversi dagli altri, innocui, incapaci, passivi, timidi, e alla comunità chiedono soltanto di poter continuare nel loro comportamento cosiddetto aberrante, e in pratica innocuo, nei loro insignificanti, ardenti, umidi atti intimi di deviazione sessuale senza essere perseguitati dalla polizia e dalla società. Non siamo demoni sessuali. Non violentiamo come fanno i valorosi soldati. Siamo gentiluomini infelici, miti, con occhi melanconici come quelli dei cani, sufficientemente padroni di noi stessi per dominare i nostri impulsi alla presenza di estranei, ma pronti a dare anni e anni di vita per un’unica probabilità di toccare una ninfetta. Non siamo, nel modo più assoluto, assassini. I poeti non uccidono mai.”

Da  “Lolita” di Vladimir Nabokov (Traduzione di Bruno Oddera)

BERLUSCONI NON Ė BALTHUS, COME NOEMI NON E’ LAURENCE

Venerdì 08 Maggio 2009 12:46

 

 

Strana storia quella che i media ci riferiscono in questi giorni, che me ne ricorda per analogia un’altra, in cui mi imbattei qualche anno fa in occasione di un incontro con Alessandro Bianchi, allora Rettore dell’Università Mediterranea.

 

Entrato da via Zecca nell’atrio della deliziosa palazzina liberty che, affacciata sul lungomare, ospitava il Rettorato dell’Università Mediterranea, e salito al suo secondo piano, una volta nello studio del Rettore, la vista non potè non essere attratta da una grande riproduzione de “Le Chat de la Mèditeranèe” di Balthus: faceva sfoggio di sé nella parete di fronte alla scrivania, a destra della finestra che dà su via Giulia, sì da risultare ben visibile a chi accedeva alla stanza dalla segreteria. Bianchi amava molto quest’opera, tanto da riprodurla finanche sui suoi biglietti da visita. Il quadro mi intrigò e mi addottorai.

 

Il quadro, che Balthus compose quasi per scherzo nel 1949 e donò con regale nonchalance al proprietario del ristorante La Méditerranée di place de l’Odéon in Parigi che lo appese all’entrata del locale, è suggestivo e misterioso: per l’intrigante, centrale e torreggiante figura felina in divisa di pescatore marsigliese e con lo sguardo da gangster; per il palo che divide in due la composizione, come a separare il vissuto del dott. Jeckyl da quello di mister Hyde; per la figura di ragazza che si allontana su di una piccola imbarcazione con un gesto di addio.

L’immagine di questa poco più che bambina, che fugge da qualcosa che l’annoia più che spaventare, è l’ideale trait d’union con i fatti d’oggi.

 

La storia di questo quadro-insegna si è conosciuta in seguito al racconto fatto da Francois Gilot, compagna di Picasso, su di una cena d’estate sul molo del porto di Golfe-Juan nel 1947. Mentre la viscontessa di Noailles, che due anni dopo avrebbe suggerito a Balthus l’idea del quadro, rievocava l’epoca d’oro del surrealismo, il pittore non aveva occhi che per Laurence Bataille, la quasi impubere ragazza del quadro. La giovane, conosciuta da Balthus in quella occasione, gli sarebbe stata compagna fino al 1951. Era figlia di Sylvia e George Bataille: George era uno scrittore amico di Pierre Klossowski, fratello maggiore di Balthus, la cui madre Baladine alla morte di Klossowski era divenuta compagna del poeta Rainer Maria Rilke; Sylvia, attrice con la regia di Jean Renoir e amica di Picasso oltre che vicina al Goupe d’Octobre e al poeta Jecques Prevert, in seconde nozze avrebbe poi sposato lo psicanalista Jacques Lancan. Laurence, dopo la fine della sua storia con Balthus, conclusa un’esperienza teatrale, avrebbe ultimato i suoi studi in medicina e abbracciato la psicanalisi di tipo lancaniano.

 

Come accaduto a Noemi, anche allora a Laurence toccò in sorte di attirare l’attenzione di una persona di maggiore età: due storie analoghe, anche se non sovrapponibili, ma con grandi differenze di contesto e ambientazione.

Il racconto di una cena d’estate sul molo del porto di Golfe-Juan, immortalato da Balthus ne  “Le Chat de la Mèditeranèe”, ci parla di un particolare ambiente intellettuale e del suo relativo clima culturale, che dal quadro traspare in filigrana e che in questo si sente quasi respirare: sullo sfondo del mare Mediterraneo, i cui odori sembrano accompagnare ogni situazione, oltre ai protagonisti della serata, passano come presenti e vivi anche Picasso, Prévert, Renoir, Lancan, Breton; passa la storia europea della cinematografia, delle arti, della letteratura, della filosofia, della medicina e dell’impegno degli intellettuali.

 

Cosa ci dice invece il resoconto mediatico della storia di italiche ninfette, del loro rapporto con il potere, delle loro famiglie, dei disvalori loro trasmessi? Quali atmosfere evoca, se non quelle di lussuosi postriboli e, al meglio, la traccia tematica del tormentato Humbert e della sua Lolita? La ricchezza intellettuale può a volte compensare la miseria morale, come se la “sospensione del giudizio morale” che adottiamo per l’opera d’arte si estendesse anche al suo autore; lo stesso non si può dire per la ricchezza tuot court, che mai redime la miseria morale.

Una misera storia di ninfette alla Nabokov, insomma, e niente più.    

CATANZARO E IL SUO ETIMO: DA KATANTZÀRION A KATÀNTARKÉO

Domenica 12 Aprile 2009 13:15

 

 

Nel “Bel-Ami” di Guy de Maupassant, 1885, si narra la storia della scalata sociale ed economica di un tal Georges Duroy che, sfruttando senz’alcuno scrupolo entrature e amicizie oltre che ricchezze e idee altrui, alla fine si nobilita anche ortograficamente trasformando il suo nome plebeo nell’altisonante e pseudonobiliare Du Roy.

 

I promoter di Catanzaro, eufemisticamente definita “brutta e noiosa” dal giornalista David Willey della Bbc giuntovi un paio di anni or sono per un effettuare un reportage sulla mostra “Magna Graecia, archeologia di un sapere”, sotto l’influsso dell’illuminante lettura del “Bel-Ami” hanno ideato un piano per la sua nobilitazione (peraltro nel solco già tracciato dal precedente rettore della locale università che, all’indomani della sua gemmazione dall’Università di Reggio nel 1998, aveva avuto l’idea di chiamarla “Magna Graecia”, scippando il nome proprio a chi le aveva dato i natali).

 

L’allestimento della mostra sulla Magna Gaecia faceva parte di questo progetto teso a far dimenticare le origini di Catanzaro (nata come insignificante insediamento rurale bizantino in un imprecisato anno tra il IX e il X secolo) e a confondere la sua inesistente o poco definita identità storica con quella ben diversa di altre città calabresi.

 

Il passo successivo, eliminate le tre “V” che, in mancanza d’altro, definiscono la città (San Vitaliano, il protettore; Vento, che soffia incessantemente; Velluto, simbolico ricordo dell’unica attività produttiva la cui rinomanza in passato abbia varcato i confini regionali), sarà di cambiare l’etimo di Catanzaro.

 

Il nome della cittadina non deriverà più da “Katantzàrion” (appellativo dato dagli occupanti Arabi a uno sperone roccioso dominante il golfo di Squillace) dal contaminato etimo greco-arabo (“katà”, sotto; “antzarion”, terrazza, dall’arabo “anjar”: sotto la terrazza).

 

[Questa derivazione etimologica è stata formulata dallo studioso catanzarese Giovanni Alessio in “Saggio di toponomastica calabrese” (Olski, Firenze, 1939). da segnalare che “Saggio di toponomastica calabrese” è anche il titolo della tesi di laurea di una studiosa reggina, Maria Pomara (madre del prof. Paolo Minicuci, già primario pediatra all’ospedale di Melito), originaria di Ardore e laureatasi a Catania negli anni Venti: il lavoro della Pomara precede di dieci anni quello di Giovanni Alessio, che la cita nella sua opera].

 

Abbandonata l’attuale teoria etimologica, il termine Catanzaro lo si farà derivare dal greco-classico “Katàntarkéo”: invenzione linguistica (si può rivoltare come un calzino il Rocci o il Montanari senza trovarne traccia) composta da “katà” (sotto, da una posizione inferiore) e da “àntarkéo” (a sua volta composto da “ànti”, contro, e “arkéo”, sono capace: sono capace di stare contro, di tener testa).

 

Ed ecco che, come fatto da Georges Duroy / Du Roy, Catanzaro, appropriatasi insieme alla sua Università della storia e dell’idea di Magna Graecia, cambia le origini del suo nome: non più dal popolare greco-arabo Katantzàrion (sotto la terrazza) ma dal nobile greco antico “Katàntarkéo” (capace di tener testa a tutti pur da una posizione di inferiorità).

 

 

 

ELOGIO DELLA FOLLIA IN POCHI FLASH

Domenica 22 Marzo 2009 13:46

 

Che cos’è la follia? Follia è, soprattutto, diversità: quando si sono cominciati a rinchiudere i diversi la follia è stata messa a tacere. Solo i folli geniali (Horderlin, Nerval, van Gogh, Nietzsche, ecc..) hanno continuato a far sentite, sfuggendo alla reclusione, la loro folle voce. Non sono stati definiti folli quasi tutti i grandi innovatori, non solo nel pensiero e nell’arte ma anche in ambito scientifico? Pier Aldo Rovatti afferma che l’uomo libero e pensante sta sempre a cavalcioni del muretto che separa la razionalità dalla follia: può in ogni momento decidere da che parte scendere.

La “non follia” è l’omologante normalità: solo avvicinandosi alla nera luce dell’insensato, spingendosi al suo estremo limite, il pensiero riesce a progredire, a non pensare solo ciò che dev’essere pensato o ciò che gli altri hanno pensato.

*   *   *

Cos’è, quindi, la follia se non una dimensione dell’uomo? D’altronde Pascal affermava che «Gli uomini sono così necessariamente folli che sarebbe un’altra forma di follia non esser folli».

*   *   *

L’uomo non perde certo la sua umanità quando, spintosi troppo oltre in inesplorati territori della mente, non riuscendo più a orientarsi, vi si perde: anche se non è un genio, anche se è l’ultimo degli abitanti di uno sperduto gruppuscolo di case in un remoto involuto paese

Dal diverso, quindi, il normale si difende: con l’esclusione, con la reclusione. Ma, come scrisse Dostoevskij nel suo “Diario di uno scrittore”, «Non è rinchiudendo il vicino che ci si convince del proprio buon senso».

Michel Foucault, nella sua monumentale “Storia della follia” pubblicata nel 1961, così si pronuncia: «Bisogna fare la storia di quest’altra forma di follia: di questa forma attraverso la quale gli uomini, nel gesto di sovrana ragione che rinchiude il loro vicino, comunicano e si riconoscono nel linguaggio spietato della non-follia».

*   *   *

La follia è quindi un jolly (afferma Pier Aldo Rovatti nel suo “La follia in poche parole”), è un indefinibile concetto che cambia posto e significato ad ogni frase: Pascal: «Tutti siamo folli», «E’ folle chi non lo riconosce»; Dostoevskij: «Imprigionando i matti, non ci togliamo il dubbio di esserlo a nostra volta»; Foucault: «La ragione è un’altra forma di follia», «Quest’altra follia parla il linguaggio spietato della non-follia».