Edizione 2010 – Antonino Monorchio – Tempo e spazio in M. C. Escher

MONORCHIO-tempo-spazio

Prof. Dott. Antonino Monorchio
interventi di
Prof. Ing. Giuseppe Barbaro
Prof. Avv. Vincenzo Panuccio
Pof. Avv. Michele Salazar
Dott. Gabriele Quattrone
Prof. Zumbo Antonino
Venerdì 08 ottobre 2010 – Aula Magna Università per Stranieri - Reggio Calabria

Lectio Magistralis "Tempo e spazio in M. C. Escher"


Dalla presentazione della Lectio

Nel 1927 sir Arthur Eddington, durante la conferenza “La natura del mondo fisico”, l’ultima dei ciclo Gifford Lectures, dopo aver citato l’inizio di una lunga e complessa equazione che spiegava la formazione dei moto ondoso in uno specchio d’acqua, recitò una sestina in cui il poeta Rupert Brooke evocava acque agitate dai venti di giorno e gelate di notte.

L’obiettivo di sir. Eddington era di mostrare come le acque e le onde trovano un diverso modo di esprimersi nella modellizzazione matematica e nella visione poetica.

Siamo indubbiamente in presenza di due linguaggi diversi: sono questi espressione anche di due culture diverse o sono figli di un’unica cultura che ha sviluppato un bilinguismo interno?

Oggi si parla di diverse culture, quella scientifica e quella umanistica, dimenticando che nel diciassettesimo secolo il metodo scientifico venne proposto da uomini che non rinnegarono mai la loro appartenenza alla comunità letteraria.

In Francia ci si è posti il problema del dialogo tra i diversi tipi di cultura, l’umanistica e la scientifica. Michel Serres nel suo “Le Tiers Instruit” critica i programmi universitari francesi colpevoli di aver diviso la società in due categorie di persone: 1) le persone colte ma prive di conoscenze scientifiche, ovvero i “colti ignoranti”; 2) quelle che conoscono la scienza ma non hanno cultura, ovvero gli “istruiti senza cultura”.

La Fondazione Mediterranea, per promuovere l’interazione tra quelli che C.P. Snow nel suo scetticismo ha definito “poli” culturali, in sinergia e collaborazione con la Facoltà di Ingegneria dell’Università Mediterranea, ha promosso il Premio ai Saperi Contaminati titolato a Bertrand Russell.

Russell, infatti, passando dagli studi matematici a quelli filosofici per poi approdare all’impegno sociale e al Premio Nobel per la letteratura, nel Novecento europeo è l’insuperato paradigma dello scienziato umanista e l’esempio più evidente di come il dualismo tra i citati poli culturali possa essere superato.

Il Premio “Bertrand Russell”, pertanto, a cadenza annuale dalla Fondazione Mediterranea è assegnato a personalità del mondo scientifico/culturale che, con un poliedrico percorso, hanno voluto e saputo “contaminare” le proprie specifiche competenze professionali o di ricerca con saperi “diversi” sì da pervenire a una loro felice e sinergica integrazione.

La Commissione aggiudicatrice del Premio, pariteticamente costituita dalla Fondazione Mediterranea e dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università Mediterranea, per l’anno 2010 ha attribuito il riconoscimento al prof. dott.
Antonino Monorchio, medico psichiatra, per le sue ricerche in ambito filosofico.

La cerimonia di consegna si è tenuta in Reggio Calabria venerdì 08 ottobre alle ore 18 nell’Aula Magna dell’Università per Stranieri.
Oltre al Rettore prof. Salvatore Berlingò, sono intervenuti il prof. ing. Giuseppe Barbaro, il prof. avv. Vincenzo Panuccio, il prof. avv. Michele Salazar, il dott. Gabriele Quattrone.

Quella che segue è la lectio magistralis tenuta dal prof. dott. Antonino Monorchio per l’occasione.

TEMPO E SPAZIO IN M. C. ESCHER

Parlare di Escher, come adesso sto cercando di fare, vuol dire innanzitutto affrontare l’argomento che tratta della sua opera densa, ricca di contrasti e nel contempo ordinata, che caratterizza la singolarità espressiva del suo modo di essere artista.

Dico ripetitiva nello spazio-tempo ma potrei ben dire ricorsiva, essendo questo termine più vicino e usuale all’accurata ricerca di simmetrie surreali, sia in senso geometrico sia, anche, più ampiamente, matematico, che impegnò Escher – fine e prestigioso disegnatore – nella ricerca di armonie sconosciute. Egli vuole, come tutti gli artisti, imbrigliare l’eterno nella fissità delle forme e lo realizza facendo riferimento ai punti focali dell’iperbole.

Obbliga infatti l’osservatore a sperimentare una sorta di impervietà interpretativa sostenuta dalle trame e  all’innervatura minuziosamente illustrata dai suoi modi espressivi di elezione che furono il disegno e l’incisione.

La rappresentazione iperdefinisce surrealisticamente in maniera simultanea anche se, come lui stesso dice, “il disegno è illusione”. Ma è sempre la realtà dell’arte rinvigorita illusoriamente, anche se avversata e odiata, a fluire armoniosamente dalla mano di un illustratore estremamente preciso ed efficace che riempie ogni spazio ed elide ogni inizio in una fine senza fine, in un eterno ritorno dell’uguale.

Questo è ciò che massimamente delude l’anticipazione proiettiva e strutturante dell’osservatore, che si sente a disagio, fuori dal gioco creativo e non avverte nessun movimento di affetti nel proprio spazio psichico. La azionalità dell’artista esercita un assoluto dominio sui sentimenti.

Ma il suo intento, l’intento di Escher, sembra essere il seguente: afferrare con il disegno la verità troppo effimera delle cose e prolungarne intenzionalmente l’esistenza, in un tempo senza fine.

È lui stesso, è lo stesso Escher ad additarne l’enigmaticità tortuosa ed emozionalmente impenetrabile dove l’evidenza della geometria si mostra con una sorta di ciclicità insistita, che diventa a sua volta luminosità abbacinante ed estrinsecazione descrittiva di angoscianti e mute estremizzazioni di contrasto. L’artista non vuole espropriarsi di sé: è sempre lui con il proprio talento.

Sembra di trovarsi alla presenza di una certezza assolutamente priva di insicurezze inscritta in rappresentazioni
iperboliche e straordinarie. Si tratta di un effetto simmetrico inconsueto, fuori dall’ordinario, nuovo, ma necessario al conseguimento di quella concinnità costruttiva che coniuga, con suggestiva ed acribiosa efficacia, l’inserimento difettoso nell’armonia della totalità. Alla maniera del paraboloide iperbolico che si ritrova nell’opera di Gaudì, che, secondo Mauro Mancia, “richiama con prepotenza la sensualità delle forme materne”.

La ricerca geometrica di equilibrio formale contiene in nuce una meticolosa ricerca di soluzioni rappresentativamente efficaci e decisive.

Di ciò è indicativo l’impossessamento dello spazio assoluto e indipendente dall’esperienza e la distribuzione
in esso di motivi con chiara impronta di oggetti frattali già apprezzati nell’Alhambra di Granada.

Ma Escher ama pure il colore. Si tratta del colore ammirato ed affascinante dei pittori fiamminghi, soprattutto Bruegel e Bosch. Ciò che lo attira non è tanto la descrizione dell’umana commozione quanto il modo, la tecnica con cui questi maestri del colore utilizzano la prospettiva ed occupano lo spazio, contenitore delle estensioni finite.

Il suo scopo è infatti il perseguimento rappresentativo della temporalità in un tempo senza qualità, ossia senza
durata, che includa lo spazio non solo come luogo occupato dai corpi, ma anche come spazio-tempo assoluto,
dove il tempo è un tempo asintotico, matematico e si dispiega ciclicamente in un continuum senza interruzioni o
discontinuità improvvise.

Per ottenere questi effetti di continuità ciclica ricorre, senza averne dimestichezza concettualmente elaborata e
meditata, alla topologia.

La sua ricerca ha infatti fondamento nella geometria iperbolica e, per molti versi, anticipa creativamente l’influsso delle geometrie non euclidee che avevano preso corpo nella temperie culturale della sua epoca. Inoltre, alla prospettiva orizzontale da sempre utilizzata dagli artisti, sostituisce quella verticale, che va dal Nadir allo Zenith.

Tutto ciò all’infinito – l’infinito di un artista disegnatore che diceva di se stesso: “non sono per niente capace di
disegnare”. Ma voleva dire che non sapeva disegnare di fantasia.

Raffigurava la realtà che per altro avversava. Come tutti gli artisti. Come tutti i Poeti. Ma non nell’abbandono creativo che mette in opera la verità dei sentimenti.

Il risultato finale, paradossalmente non intenzionato, era il raggiungere con il disegno una forma pura che cristallizzasse il tempo nello spazio e ne assicurasse il possesso.

Questo era per lui, per Escher, la percezione dell’arte figurativa.

Volendo riportare le sue parole: “La bellezza e l’ordine dei corpi regolari sono irresistibili”. Si riferiva  oprattutto
allo studio della simmetria dei cristalli, dove si intravede una soggiacente ricerca dell’onnipresenza demiurgica e
razionale della verità di un mondo ordinato.

Certamente è la verità della scienza racchiusa e nascosta in una totalità organizzata. Tutto ciò nell’assenza di
contraddizione, nella coerenza più assoluta. La realtà è oggetto di osservazione pur rimanendo memoria senza
oblio, e quindi senza ricordo, né fantasia. Non ci sono nostalgie per il passato. Escher agisce e si muove nello spazio rappresentativo come Bach nell’arte temporale. Il possesso dello spazio-tempo lo dispensa dai modi del sogno.

Escher è un dualista: “Il bene non può esistere senza il male e, se si accetta la figura di Dio bisogna assegnare al
Diavolo un posto equivalente. Vivo di questa dualità. Ma anche questo non sembra permesso”.

“Le persone di fronte a questi problemi divengono subito cosi pensose che io non ci capisco più niente”: questo
bisogno di chiarezza razionale si ritrova nello stacco fra il bianco e il nero segnatamente onnipresente nelle xilografie.

Un disinteresse per i sentimenti, che come è noto si inscrivono nella durata, trova conferma nelle sue stesse parole: “Ma l’umanità non mi interessa. Ho un grande giardino per mantenermi alla larga da tutta questa gente. Sono timido e mi riesce difficile andare d’accordo con gli altri. Non mi è mai piaciuto uscire. […] Schivo rumore e movimento. […] Non credo molto alla compassione per gli altri...”. Questo è ciò che si legge nei suoi diari.

Ma i sentimenti. alla fine, lo interessano.Infatti l’istanza filantropica, alimentata da un profondo risentimento per l’umanità, faceva sì che mettesse a disposizione gran parte del suo patrimonio per aiutare chiunque ne avesse bisogno. Grandezza umana nella professata avversione per l’umanità.

In questa prospettiva cerca, con l’arte, di valorizzare le possibilità offerte dallo spazio per negare il tempo. Per negare, probabilmente, stando alla psicanalisi, l’istanza paterna, nucleo profondo del suo creare. È questo il risultato esteticamente sublime della già menzionata ripugnanza nei riguardi della realtà.

Ora, nella compenetrazione di spazio e tempo, di interno ed esterno, di soglia e di limite, c’è pure il rifiuto di una
eguaglianza che avrebbe mortificato il suo bisogno di identità ed alterità.

Filantropo, sì, ma, come tale, riluttante ed evitante gli investimenti affettivi e l’angoscia tradotta in poiesi. Meglio rifugiarsi nella poiesi artistica anziché venire a contatto con l’angoscia della differenza tra sessi e generazioni. In questa direzione è possibile comprendere il suo desiderio di vedere se stesso come un demiurgo dominatore delle persone e delle cose e, di conseguenza, dello spazio e del tempo.

Ne consegue che il mondo diventa, in un certo senso, spinozianamente, more geometrico demonstrato. Nei suoi
appunti si legge ancora “faccio qualcosa che venga riprodotto questo è ormai il mio metodo di lavoro”. Ma l’arte, nonostante quanto detto, distende un’ombra gigantesca e falsificatrice sul lavoro dell’artista.

Non è forse l’arte una specie di culto del non vero che fa della vita un sogno? Non è l’opera d’arte una menzogna bene detta, un gioco?

In Escher l’intellettualismo prevale sul soggiacente e pervasivo bisogno di mentire. Non gioca coi sentimenti.
Non li esprime. Rifugge dalla fantasia, non sogna.

Il razionalismo pervasivo genera turbamento nell’osservatore, poiché opacizza il messaggio estetico con l’accuratezza dei dettagli e dei particolari: è questo un magistrale espediente per esercitare il dominio del tempo e dello spazio, e quindi esercitare un’operazione di controllo sulla vita.

Non è forse questo un inconscio rimedio, un espediente e, meglio ancora, un compromesso per eludere la paura della morte temuta e desiderata?

Ma la paura della morte è anche un nascosto desiderio della fine: un ritorno all’onnipotenza fusionale che precede la vita. In Escher, e nel suo modo di esprimersi, tutto questo ha il sapore del misterioso, recondito ed arcaico desiderio di differire all’infinito il ritorno nel ventre materno.

Concludendo. si può dire che Escher fu uomo talentuoso e per molti versi incomprensibile, ma certamente anche
straordinario utilizzatore di geniali soluzioni geometriche. Ha fatto uso dell’arte del disegno e dell’incisione per dominare il mistero. O per non dare ad esso valore, diventando mistero lui stesso.
Ossia per vivere il più possibile dominando i sentimenti.

Non certo secondo i modi usuali ma, piuttosto, con le distanze siderali e anemotive della razionalità esente da
contraddizioni. È una razionalità totale e assoluta, dove il caso non esiste e nulla si produce in modo fortuito.
Escher è quindi chiaro esempio dell’uomo che cerca con l’incisione e il disegno la verità nell’oggettività, estesa,
misurabile e senza durata. Non con gli strumenti del filosofo ma con quelli del disegnatore che non accetta le linearità del tempo e il paradosso della contraddizione imposta dalla realtà.

Nello spazio tempo di Maurizio Cornelio Escher non vi sono enigmi. E con ciò, nonostante la razionalità, la sua
opera riporta ogni uomo alla ineludibile e necessaria ricerca di senso che solo abitando l’incoerenza della contraddizione è possibile raggiungere.

Abitare la contraddizione è riuscire a vivere con la pienezza dei sentimenti la vita illuminata dalla verità di un Dio che crea dal nulla. Non di un Demiurgo ordinatore.
Il Dio creatore è infatti l’Incoerente per antonomasia, il Misericordioso, il Dio dell’Arte. Il Demiurgo è il padre della Tecnica.

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Da Calabria Ora del 10 ottobre 2010

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