Recensione Dai saperi contaminati ai sapori contaminati
L'aureo volumetto, con la veste tipografica impreziosita da vari olii su tela del Caravaggio, ha il sottotitolo Appunti per uno studio sul rapporto tra cibo e letteratura e conquista il lettore sin dalla presentazione che Enzo Vitale ne fa con un accurato excursus ex abundantia cordis sull'Autore, noto avvocato e docente universitario di diritto con la stoffa dello scrittore nato. Il testo è la Lectio Magistralis tenuta dal Salazar alla Università Mediterranea in occasione della cerimonia di consegna d'un premio a lui conferito. Argomento la tesi che "un alimento non è solo un alimento, ma contiene in sé tutta una serie di preziose informazioni su dati concreti del sociale in relazione a usi e costumi, ai loro mutamenti, nonché all'evoluzione delle condizioni economiche di una collettività o alla psicologia dei personaggi di un'opera letteraria".
Pertanto, convinto che gli alimenti funzionano da componenti essenziali dell'opera e che costituiscono quasi sempre il motore della narrazione, indaga, partendo dall'interno delle opere letterarie, la funzione che gli autori assegnano al cibo in genere ed alle singole pietanze in particolare, nonché alla fame ed alla carestia, tutti espedienti mediante i quali il narratore svela il suo pensiero o la narrazione delinea un personaggio o un'epoca. Con siffatto metodo, in uno stile vigile, serrato e scorrevole, ci dà un'analisi puntuale ed esauriente dell'argomento, anche perché le note che corredano l'aureo libretto, quasi testo nel testo, l'ampliano con i molti riferimenti ad altri autori ed alle loro opere.
Il Nostro, dunque, visita nell'ordine Manzoni, Cervantes, Alvaro, Silone, Primo Levi, Eduardo De Filippo, Omero, di nuovo Alvaro, Sciascia, di nuovo Cervantes, Mario Soldati, Vittorio Betteloni, di nuovo Eduardo De Filippo, Joanne Harris, Karen Blitzen e Laura Esquivel. Ed analizza, con fine acutezza e grande sensibilità, la funzione che hanno nell'uno o nell'altro ora il pane (l'alimento che non dovrebbe mancare a nessuno perché è l'indispensabile, l'essenziale per vivere un'esistenza libera e dignitosa), ora la pasta, la carne, il vino, la frutta ed il dessert, il caffè ed infine il cibo in genere come componente essenziale della struttura dell'opera letteraria.
Per l'Autore nel capitolo IV de I Promessi sposi del Manzoni il pane assurge a simbolo del perdono. Nel Don Chisciotte Cervantes se ne serve per lanciare, di volta in volta, messaggi di libertà, di dignità, di solidarietà, di carità e d'amore per la Patria, come si evince da vari episodi del romanzo, sia che riguardino il cavaliere sia che si riferiscano allo scudiero. In Alvaro assurge a simbolo dell'amore di chi dona sé stesso agli altri, come la donna calabrese che, dopo una giornata di lavoro nei campi, lo spezza e lo distribuisce ai figli con un gesto che ricorda le parole di Gesù ai suoi discepoli: "Prendete e mangiate, questo è il mio corpo..." Nel racconto Un pezzo di pane di Silone l'atto d'una povera contadina, che dona un tantinello di pane ad un soldato nemico evaso dal campo di concentramento, è espressione di solidarietà per chi ha la mente sgombra da ogni tipo di fanatismo ideologico. In Se questo è un uomo di Primo Levi, invece, assume il ruolo di denunzia dello stato di degradazione a cui la follia d'un dittatore ridusse nei campi di sterminio tanti poveri inermi innocenti. Poi nella commedia Sabato, domenica e lunedì del napoletano De Filippo è la pasta al ragù ad assurgere, nella "visione eduardiana della famiglia" (...) "a metafora del conflitto coniugale e generazionale".
La carne, che in genere costituisce la seconda portata del pranzo, sia essa di maiale, sia di pecora o di capra, è vista sotto il profilo gastronomico o metaforico. Sotto il primo profilo il Salazar nel canto XIV dell'Odissea, di cui riporta una dozzina di versi nella bella traduzione del Pindemonte, individua una ricetta antica per cucinare allo spiedo la carne suina dopo averla spolverata di candida farina così come si fa ancora oggi, non solo in Grecia, ma anche in alcuni abitati dell'Aspromonte bovese dove si parla il grecanico. Cervantes, invece, strumentalizza questo tipo di carne dando del cristiano viejo (vecchio) sia al Cavaliere senza macchia e senza paura sia al suo scudiero: al primo perché di solito il sabato sera mangia uova con tocchetti di pancetta ed al secondo perché a casa sua era uso mangiare lardo e pancetta. Ciò per distinguerli dai cristiani nuovi, i morischi, i quali, anche dopo avere abiurato l'Islam ed abbracciato il cristianesimo, considerano cosa immonda cibarsi del maiale.
Di Sciascia Salazar rievoca con sentita commozione un brano altamente drammatico de Il Consiglio d'Egitto, quello del lardo squagliato e colato, nel carcere borbonico della Palermo del 1782, sui piedi sanguinanti d'un condannato a morte, già in precedenza torturato selvaggiamente¹. Eppure ciò che ne strazia le carni, per effetto dell'odore forte di cui s'è impregnato l'ambiente, suscita nello sventurato "pensieri e visioni della cucina della sua infanzia, alla quale evadendo con la mente da quel carcere ritorna con inquieta e dolente malinconia, portando con sé, nella stessa cucina, i suoi aguzzini, e immaginando" "che forse anche in loro quell'odore suscitava il ricordo d'una lontana felicità...".
Nel paragrafo riservato al vino, rivisita Don Chisciotte, primo romanzo moderno, sul quale ha pubblicato nel 2006 il saggio Il cibo in Cervantes tra sogno e realtà. E puntualizza che il grande narratore spagnolo si serve del nettare di Bacco "per dare pennellate di colore al personaggio Sancio", l'eterno hambriento scudiero al seguito del suo signore lungo le vie assolate e polverose della storica regione iberica de la Mancha. A cavalcioni sul suo celebre burro, ai cui fianchi penzolano "realtà e sogno": da uno le provviste ed il buon vino nero, per irrorare il suo misero duro cibo, costituito da pane raffermo, frutta secca e ghiande, e dall'altro il desiderio di divenire un giorno governatore dell'isola che il padrone gli ha promesso in premio per i suoi servigi. Comunque Sancio è tutt'altro che un sognatore, poiché è un contadinotto che, i piedi, li tiene sempre a terra. Al punto che, mentre chi con le promesse gli ha messo in testa che lo farà governatore ed in giro va favellando d'una nuova Età dell'oro di là da venire, di cui un giorno parla con fervore a degli indifferenti caprai, l'affamato scudiero, invece, si attacca con tenacia all'Età presente ossia all'otricello pieno di buon vino tinto, la dionisiaca bevanda ispiratrice di tanti poeti antichi e moderni. Ed il nostro, a titolo di saggio, da buono intenditore, riporta due belle strofe di un'Ode al vino, vero e proprio autoritratto in versi del poeta Vittorio Betteloni. Poi visita Vino al Vino di Mario Soldati, in cui il dolce licore di Bacco è visto come "il filo di Arianna" d'un "suggestivo itinerario enogastronomico dentro l'Italia alla ricerca di cibi e vini genuini".
Per la frutta ed il dessert ci ricorda il romanzo di Enzo Striano, Il resto di niente, in cui il protagonista, nell'anno della Repubblica partenopea, a capodanno, imbandisce per i suoi ospiti "Su grandi tavoli rococò, su tavoli modernissimi di stile chippendale, trofei di frutta meravigliosa..." dandoci il colore d'un'epoca tragicamente in bilico tra il vecchio ed il nuovo. Per il caffè visita Questi fantasmi, famosa commedia di Eduardo De Filippo, e ne individua la chiave di lettura nella scena del fantastico monologo a doppio senso del protagonista intento sul balcone di casa a prepararselo con la classica caffettiera napoletana.
Infine la forbita Lectio analizza l'opera principale di tre straniere: Joanne Harris, Karen Blitzen e Laura Esquivel, autrici di romanzi finiti sullo schermo, grande e piccolo, nei quali il cibo è motore se non proprio protagonista della storia raccontata.
Joanne Harris è famosa per La Celeste Praline, storia densa e affascinante, favola e metafora ad un tempo, in cui la giovane irrequieta pasticciera Vanne Rocher sa consigliare a ciascuno dei clienti i dolci che fan per lui. Con effetti altamente positivi, quasi fossero medicine per l'anima e infallibili toccasana per il corpo, tali da appianare sopite passioni e segreti appetiti per la gioia di tutti. Ad esclusione del curato, che giudica peccaminosi sia la golosità sia il piacere che quei dolci suscitano, fino a quando giunge l'amore pure per Vanne e tutto si appiana.
Il romanzo di Karen Blitzen ha per centro il pranzo che la profuga Babette, già cuoca parigina, prepara grazie al danaro frutto d'un fortunato biglietto d'una lotteria. Ed il Salazar con l'analisi che ne fa si riconferma, non per niente è un principe del foro, profondo conoscitore dell'animo umano. La profuga prepara un vero e proprio sontuoso banchetto senza badare a spese, pur di onorare degnamente il defunto genitore di Filippa e Martina, che, quando fuggì da Parigi, l'accolsero in casa a Berlevaag, piccolo abitato norvegese. Agli invitati, tutte persone importanti, tra cui c'è un generale un tempo timido corteggiatore di Martina, sono servite portate ricercate, dal brodo di tartaruga alle Cailles en sarcophage, il tutto annaffiato da vini doc dell'epoca. Una vera "epifania di riconoscenza verso le due sorelle benefattrici, un omaggio alla memoria del loro vecchio genitore (di cui, se fosse vivo, ricorrerebbe il centesimo compleanno), un inno all'arte della cucina, un brindisi alla libertà, un'occasione per il recupero della personalità mortificata dalla cieca violenza della rivoluzione, un modo per riaffermare il bisogno di donare agli altri il meglio di sé stessi ". Un evento che fa riconquistare a Babette la perduta libertà, a riprendersi la propria personalità ed a sentirsi finalmente se stessa.
Egualmente originale l'opera di Laura Esquivel dal titolo Dolce come il cioccolato, il cui sottotitolo suona: "Romanzo in 12 puntate con ricette, amori e rimedi casalinghi". Storia più che triste, frutto d'una fantasia a dir poco sfrenata. Pedro e Tita sono più che fortemente innamorati l'uno dell'altra, ma l'arcigna madre della giovane la sacrifica all'usanza messicana, che condanna le figlie minori ad accudire le madri fino alla morte. Per cui Pedro, per ripiego, sposa Rosaura, sorella maggiore di Tita. Il pianto di costei, durato l'intera notte precedente le nozze non sue, si riversa nell'impasto della torta nuziale che lei ha preparato insieme con la servitù e che, pertanto, diventa terribilmente quanto magicamente indigesta per i convitati ed il racconto scorre fino alla fine lungo il filo di ricette e cibi che condizionano e governano anche la vita di altri membri della famiglia. Infatti, per cuocere delle quaglie ai petali di rosa, Pedro ne compra delle rosse e le offre a Tita, che le stringe al seno e le loro spine la fanno sanguinare. Poi, a pranzo consumato, l'uno è preso dalla voglia dell'altra e viceversa per effetto d'una insaziabile brama, sentita come non mai prima, ma si debbono contenere. Gertrudis, l'altra sorella di Tita, va pure lei in fregola, ma non le riesce di contenersi: sotto la spinta della irrefrenabile brama del maschio che la brucia, si spoglia e scappa in giardino in cerca di refrigerio, nella cabina di legno d'una doccia, che, invece, a contatto del suo corpo prende fuoco e la costringe a fuggire nel vicino bosco. Dove un nerboruto ufficiale si infiamma di lei, la rapisce e così smorzano la loro passione. In seguito Tita piglia la cotta per un medico, ma a pochi giorni dalle nozze, imbattutasi in Pedro, queste sfumano. Destino vuole che possono amarsi liberamente solo quando muore Rosaura. Quel giorno, nel momento in cui lui la solleva tra le braccia per entrare in un buio stanzino, scelto sul momento per talamo, questo per incanto si svuota dei mobili. Al loro posto, al centro, c'è solo un letto, sul quale dare sfogo alla loro passione rattenuta per anni. E quando Tita sente di essere sul punto di assaporare intensamente il culmine del piacere i suoi occhi chiusi si illuminano e le appare davanti un tunnel di luce, che le ricorda le parole del medico: "Quando l'anima abbandona il corpo inerte, l'anima desidera far ritorno al luogo da cui è venuta".
Michele Iannelli
¹ L'episodio richiama alla mente un patriota di Andretta, mio paese natale, il sac. don Vincenzo Di Guglielmo (cognome di mia madre), reo di aver fatto piantare, in quanto Commissionato Capitano Comandante (1799), nelle piazze delle Terre altirpine l'Arbore della Libertà, pertanto imprigionato e trucidato nelle tetre carceri borboniche di Marittimo, isola delle Ègadi. Nonché il mio quadrisavolo, notaio Giuseppe Iannelli, figlio del notaio Michele e marito di Giuseppa Di Guglielmo, il quale, all'età di 26, anni scampò a sì crudele destino, poiché, quantunque accusato di comprovata reità di Stato, per aver raccolto armi e cavalli per l'esercito Repubblicano, alla fine beneficiò dell'indulto del 23 Aprile 1800.



