Il sapore del sapere
Si racconta che il viceré dell'India pretendeva che Ghandi gli fornisse, prima di un qualunque suo discorso pubblico, il testo scritto o che, almeno, lo informasse sul tema che intendeva trattare. Naturalmente il Mahatma si guardava bene dall'ubbidire e così, più volte, i soldati gli impedirono di parlare. La volta successiva, quando l'ufficiale inglese si presentò a chiedergli il tema della sua prossima conferenza, Ghandi, serio, rispose "tratterò dell'importanza del latte di capra nella dieta indiana" e l'ufficiale se ne andò tronfio e soddisfatto. Cominciò a parlare veramente di quell'argomento, ma allo scopo di far capire al suo popolo come gli inglesi stavano tentando di snaturare le usanze e le tradizioni indiane attraverso l'imposizione dei loro prodotti.
E questo avrebbe determinato la fine prima dell'economia e poi della cultura indiana.
Il cibo, la dieta e la gastronomia sono, a torto, ritenuti argomenti politicamente innocui, letterariamente futili e culturalmente insignificanti. L'avvocato Michele Salazar, per fortuna, è di tutt'altro avviso e con questo suo "Dai saperi contaminati ai sapori contaminati" - Fondazione Editrice Sperimentale Reggina, Reggio Calabria, 2008, pp. 48, 5,00 - ci propone, quella che ha tutta l'apparenza di essere la seconda parte della sua personale ricerca iniziata con "Il cibo in Cervantes tra sogno e realtà" (Rubbettino, Soveria Mannelli 2006). Il libro, che riproduce il testo della Lectio Magistralis tenuta alla Facoltà d'Ingegneria dell'Università Mediterranea in occasione della consegna del Premio "Bertrand Russel" reca come sottotitolo "Appunti per uno studio sul rapporto tra cibo e letteratura" ed è proprio questa notazione, che, di solito, si appone a quei saggi di assoluto rispetto scientifico, che ci fa ben sperare di trovarci di fronte al secondo capitolo di una ricerca appena agli inizi e che promette interessanti e gustosi (è proprio il caso di dirlo!) sviluppi ed approfondimenti.
Forse pochi sanno, anche a Sinistra, che "Il Gambero rosso" famosa rivista dell'associazione eno-gastronomica omonima, nacque, nel lontanissimo 1985, come costola del quotidiano comunista "Il manifesto" e fino a tutto il 1998 si fregiava della denominazione di "mensile dei consumatori curiosi e golosi distribuito in abbinamento al manifesto il primo martedì del mese". Questa associazione è nata all'insegna dello Slow-Food, cioè con l'obiettivo di tornare alla civiltà della lentezza (in Calabria diremmo alla civiltà del ciuccio) da realizzare specialmente a partire dalla tavola. "Si riconsegni la tavola - scrivono i firmatari del Manifesto dello Slow-Foort - al gusto, al piacere della gola... per un progressivo recupero dell'uomo come individuo... per rendere di nuovo vivibile la vita incominciando dai desideri elementari". Per re-instaurare, insomma, un rapporto con il cibo più naturale, più umano, più sapiente, tale da permettere un recupero del tempo da dedicare alla convivialità che è allegria, gioia, serenità.
In base a questi presupposti possiamo senz'altro concordare con l'incipit di Salazar "... che la cultura di un popolo si misura su due cose: il linguaggio e il cibo. L'uno è il metro di grandezza della letteratura, della filosofia, della politica. L'altro lo é della profondità storica delle tradizioni e della loro evoluzione nel tempo". Proprio questa contaminazione è l'aspetto più affascinante del lavoro dell'illustre giurista, questa mescolanza di saperi e di culture che quasi fossero degli aromi speciali, delle spezie particolari, esaltano il sapore degli alimenti che gli uomini, ordinariamente e quotidianamente, consumano. Non c'è bisogno di scomodare il Feuerbach de "l'uomo è ciò che mangia" per averne la controprova che, in questo caso, verrebbe a configurarsi e ad esprimersi con una vis polemica del tutto fuori luogo e non desiderata.
Al contrario, é dal ribaltamento dell'assunto materialista che viene fuori un'identità umana ed esistenziale capace di generare una "memoria" dell'alimentazione e della cucina.
Quello che conta sono i dati che affiorano grazie al racconto dei ricordi e alla narrazione letteraria e che Salazar, di volta in volta, a seconda dello scrittore preso in esame, estrapola, evidenzia e colloca su un piano simbolico, ideologico, culturale, sociale e politico. Gli esempi letterari prescelti, a cominciare dal Manzoni, passando attraverso Omero e i classici, transitando per Cervantes, Alvaro, Sciascia e lo splendido Edoardo che illustra i segreti del buon caffè, per finire con tre paradigmi "Chocolat", "il pranzo di Babotte", e "Dolce come il cioccolato", risultano convincenti specie se si tiene presente che non di un semplice ricettario si parla, bensì della struttura (che non è sinonimo di organizzazione) di un pranzo-tipo completo. Un pranzo immaginario quanto si vuole tuttavia "reale" nella sua proposizione concreta quale elemento di sintesi e di rappresentazione.
Il palato sopraffino del lettore colto e raffinato viene soddisfatto dalle ampie note che accompagnano il testo e che completano il discorso in quanto l'A. dà conto di come, in ogni tempo, la gastronomia sia stata parte integrante della letteratura.
Personaggi come il commissario Montalbano (Camilleri) e l'investigatore catalano Pepe Carvalho (Vauez Montalban) il primo odia parlare mentre mangia, il secondo ama cucinare innanzitutto per se stesso, costituiscono, all'interno della letteratura gialla o poliziesca, a torto ritenuta minore, l'essenza della condizione umana. Sbaglia chi ritiene Moltalbano un cinico disincantato ed egoista e Carvalho un nichilista disilluso dalla militanza politica. Oltre che nei romanzi menzionati da Salazar, a mio modesto parere, è in "Assassinio al comitato centrale", del 1981, che Vasquez Montalban ci da un saggio di quello che significa il rapporto tra cibo e politica. Rapporto che i comunisti hanno sempre cercato di eludere, di accantonare, di relegare ai margini della vita dell'individuo considerandolo come un elemento pre-politico. Il massimo che Lenin si concesse fu di affermare, - ma, non a caso, prima della rivoluzione -, che anche una "cuoca" può dirigere lo Stato e, col senno di poi, oggi si può dire che si trattò di un lapsus freudiano e non di un azzardato paradosso politico.
Tutto ciò ha messo in secondo piano l'attività di ricerca delle relazioni tra gli aspetti gastronomici, politici e culturali nella storia sociale delle classi subalterne. Si veda per esempio la tavola popolare legata allo sviluppo del socialismo internazionalista, o la cucina povera delle case del popolo; o le mense comuniste dei sindacalisti, presidi di resistenza economica, o le osterie senza gli osti, locali di sperimentazione libertaria, o gli spacci cooperativi, laboratori di mutualismo dal basso.
È questo il cammino intrapreso dal gruppo "Le cucine dell'utopie", che partendo dalla rivolta di Spartaco, passando al libero pensiero e alle ricette delle streghe, ci conduce alle cucine dei Fratelli della costa, per spostarsi poi alla mensa degli utopisti dei '700 e dell''800, approdare alla cucina futurista e da qui a quella che sembra il suo esatto opposto cioè le mense dei confinati antifascisti e terminare poi con "la cuoca di Durruti" che ci spiega cosa si cucinava durante la Guerra civile spagnola.
"La cuoca di Durruti", volume del 2002, pubblicato Anonimo, ma con la prefazione del grande Luigi Veronelli, è il diario di Nadine giovane studentessa in medicina, militante della C.N.T - il sindacato anarchico - guerrigliera per vocazione e cuoca per necessità. La giovane improvvisata cuoca continua a cucinare mentre la tragedia del suo popolo sta per compiersi e scrive nel suo diario: "Siamo andati all'assalto, cantando, tra i fiori e i venti profumati dell'estate, adesso, stiamo assistendo, impotenti, alla fine... Natale è alle porte, abbiamo deciso di preparare un po' di frittelle.
È l'ultima volta che cuciniamo, e molte di noi le impastano di lacrime. Domani si parte per una missione di sangue e di speranza, stanotte, invece, ci sporcheremo le mani di farina, di zucchero, di cannella e d'amore. 26 gennaio 1939, Barcellona è caduta..." Per attenuare gli effetti di una sconfitta disastrosa, Nadine e i suoi compagni si concedono un'ultima, colossale e sontuosa bevuta, regalandoci, al contempo, la ricetta per preparare la migliore sangria di Espana.
... Infine, preparammo una sangria se ne incaricò Estrella che, da ragazzina, ha lavorato in una 'bodega' di Maiorca.
Per un litro di vino rosso, callet, tempranillo o manto negro, sono i miglori, perché sono fruttati, ci spiegò Estrella, ci vogliono un'arancia, un limone, due pesche bianche e mezzo melone. Separate le scorze dagli agrumi, tagliandole a spirale. Mettetele nel vino, aggiungeteci questi tagliati a fettine per il largo, le pesche, senza il nocciolo, tagliate a spicchi, il melone tagliato a fettine sottili.
Versate nel vino due o tre cucchiai di zucchero, un bicchierino di brandy, un chiodo di garofano. Aggiungete un bicchiere di acqua e ghiaccio, agitate con cura e servite...
"Un viaggio immaginario destinato a prendere sostanza ad ogni esperienza storica di libertà, un viaggio visionario e proiettato nei tempi dell'utopia, che, a volte, diventa storia. Uguale a quello intrapreso, sulle orme il Suo amato Cervantes, dal prof. Salazar, la tappa potrebbe essere, perché no?, cibo e politica, gastronomia e potere, governo e alimentazione.



