La Dogana delle Calabrie

Giovedì 07 dicembre 2006 – Palazzo San Giorgio Reggio

 

Interventi
Antonino Monorchio – Giovanni Rizzica – Giovanni Nucera
Corrado Savasta – Roberto Smorto – Vincenzo Crupi
Aldo Tripodi – Franco Toscano – Vincenzo Foderaro

 

Dalla presentazione “L’urgenza di dare un contributo per bloccare l’ennesimo tentativo di scippo ai danni di Reggio e dell’Area dello Stretto, ha fatto sì che questa edizione delle Lezioni Reggine sia diversa dalle altre: formalmente più povera e di taglio meno “frontale”, più che conferenza sarà un confronto aperto”

LA DOGANA: PILLOLE DI STORIA - (Di Enzo Vitale da Il Quotidiano)
Il primo ordinamento doganale di cui si ha notizia certa è quello della Grecia degli inizi del V sec. a.C.: al porto ateniese del Pireo per le merci in entrata e in uscita si pagava una tassa pari al 2% del loro valore (dopo pochi anni portata al 10%). La pratica di subordinare al pagamento di un dazio il consenso al passaggio di merci attraverso un varco, viene adottata da Roma ed estesa a tutto l’impero: non si aveva allora alcun intento protezionistico ma, affidando l’esazione a privati, solo quello di procurare entrate fiscali.
Il termine dogana nasce nell’Alto Medioevo: il suo etimo deriva dall’arabo “diwan”, indicante in Persia l’amministrazione pubblica e la tenuta dei libri contabili o anche la stanza dove si riuniva il Consiglio del Gran Vizir e successivamente il sedile con cuscini dove questi si sedeva (da cui il nome divano).
Dal Medioevo in poi la pratica di imporre tributi doganali si estende in maniera capillare, tanto che nell’Italia della metà del secolo XVIII, nonostante circoli già da tempo il pensiero liberoscambista, nel Granducato di Toscana sono censite 166 dogane interne e nel Regno di Napoli 254 “posti di pedaggio”. L’unità doganale dello stato italiano si ha solo nel 1870 e nel 1878 vengono varati i primi provvedimenti protezionistici. Dopo gli stravolgimenti della guerra del 1915/18, della crisi economica del 1929 e della seconda guerra mondiale, è solo nel secondo dopoguerra che (col trattato di Parigi del 1951 e la nascita della Ceca; con la creazione nel 1957 delle Cee e dell’Euratom) si comincia a delineare l’attuale assetto doganale. Figlio del Trattato di Schengen del 1990, sulla libera circolazione in Europa di persone e merci, e del Trattato di Maastrich del 1992, che dà vita alla Ue e decreta l’adozione della moneta unica, questo nuovo assetto si concretizza il primo gennaio del 2001 con la nascita dell’Agenzia delle Dogane (contemporaneamente all’adozione ufficiale dell’Euro come moneta unica dagli allora 15 paesi componenti l’Ue).

LA DOGANA IN ITALIA
La struttura nativa dell’attuale Agenzia delle Dogane risale all’Azienda delle Gabelle Sarde, trasformata nel 1843 in Direzione Generale delle Gabelle e delle Privative, divenuta nel 1918 Direzione Generale delle Dogane e delle Imposte Indirette. Nel 1861, alla proclamazione del Regno d’Italia, oltre ai servizi doganali la Direzione comprende vasti settori di attività fiscale: manifatture dei tabacchi, gestione delle saline, esazione dei dazi di consumo, gioco del Lotto (dal 1878), Corpo della Guardia Doganale. Negli anni successivi queste attività vengono scorporate e, nel 1881, il Corpo assume la denominazione di Guardia di Finanza. L’attuale Ministero del Commercio con l’Estero, col nome di Ministero degli Scambi e delle Valute, nasce nel 1923 dall’Ufficio Trattati e Legislazione Doganale della Direzione Generale delle Dogane. Progressivamente alleggerita e snellita in struttura e funzioni, anche per le mutate condizioni di scambio e per la sempre maggiore globalizzazione dei mercati, questa Direzione viene finalmente trasformata nel 2001 in Agenzia.



DIREZIONE DOGANA E IDENTITA’ MEDITERRANEA – (Di Enzo Vitale da Il Quotidiano)
Quando, durante i moti di Reggio degli anni Settanta, la città veniva tacciata di delirante campanilismo e la sua lotta stigmatizzata perché reputata funzionale all’acquisizione di uno sterile “pennacchio spagnolesco”, la poco lungimirante intellighenzia di allora che non seppe o non volle cogliere le vere ragioni del disagio popolare: non si rese conto che non per un pennacchio si lottava ma, tralasciando il prestigio e la dignità e l’onore, per mantenere sedi di uffici e occupazione e lavoro. Degli scippi che da allora sono stati perpetrati in danno a Reggio, forse il più doloroso si sta attuando proprio in questi giorni: il trasferimento della Direzione calabrese delle Dogane a Catanzaro. (Specifico: non assegnazione ma trasferimento, perché Reggio è stata sempre la sede della Direzione compartimentale calabrese).

È un insulto alla storia e alle vocazioni cittadine; un’urente umiliazione che fa ancor più male perché viene sottratto qualcosa che fa naturalmente parte della città: una cittadina limite, di frontiera, che se non insistesse la Sicilia lì davanti sarebbe stato un munito avamposto militare europeo nel Mediterraneo, vocata città portuale e di traffici marittimi, è sede naturale della Direzione di uffici che riguardino il controllo di scambi che nel meridione primariamente avvengono per mare. Espropriare Reggio della Direzione delle Dogane, quindi, è molto più del semplice trasferimento di un ufficio: è mutilare la città di una parte della sua storia, violarla nella sua intimità.

Le pietre di cui è fatta una città, le sue strade, i suoi palazzi, le sue piazze, i suoi monumenti, sono principio di senso per i suoi abitanti e principio di intelligibilità per il forestiero. Lo stesso si può dire per le sue attività produttive e per i suoi uffici. Il vulnus della sottrazione della Direzione delle Dogane, quindi, non è solo economico ma identitario: si guasta l’immagine che la città ha di se stessa e che offre al forestiero; si scheggia lo specchio nel quale essa si guarda e si deforma la lente con cui viene osservata dall’esterno; in ultima analisi, si tarpa la sua ambizione a “ritrovare i suoi Dei”.

Che significa “ritrovare i suoi Dei”? L’espressione è di Italo Calvino ed è in chiusa al saggio “Gli Dei della città” (Nuovasocietà, 1975): “Una città può passare attraverso catastrofi e medioevi, vedere stirpi diverse succedersi nelle sue case, veder cambiare le sue case pietra su pietra, ma deve, al momento giusto, sotto forme diverse, ritrovare i suoi Dei”. Densamente malinconica è anche fortemente propositiva e, come spesso in Calvino, polisemica: ne estrarrò uno dei significati. Le città che hanno profonde identità culturali riescono a superare le traversie della storia meglio di quelle più ricche ma senza retroterra storico. Il percorso iniziato da Falcomatà e portato avanti da Scopelliti porta a far riappropriare i reggini della loro identità storica e del rapporto con il mare proiettandoli in una dimensione di fiducia nel futuro: tende a far rincontrare i reggini con “gli Dei della città”.

La Dogana, stereotipo di sincretismo culturale e di contaminazione di usi e costumi, nell’immaginario collettivo è parte di un’idea di città che sa riannodare antiche trame identitarie e proiettarsi in un futuro aperto. La questione del trasferimento a Catanzaro dell’ennesimo ufficio regionale, quindi, va ben oltre la pur dolorosa perdita economica e di posti di lavoro: una città che affonda le sue origini nella civiltà marittima e commerciale della Magna Graecia, che si definisce mediterranea, che si vuole proiettare oltre il 2010 nella zona di libero scambio prevista dal protocollo di Barcellona, non può farsi sottrarre la Direzione di un ufficio che di tutto questo è icona.

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